Oltre 130 comuni italiani hanno dimostrato che la transizione ecologica si può fare anche con budget limitati, purché ci sia volontà politica. La presentazione a Montecitorio dei premiati “Plastic Free 2026” ha messo in luce un cambio di paradigma fondamentale: non vengono più premiati i comuni che fanno “solo” la raccolta differenziata, ma quelli che attuano politiche attive di riduzione alla fonte, anticipando nei fatti gli obiettivi di prevenzione della Direttiva (UE) 2019/904 (SUP – Single Use Plastics).
I nuovi criteri di selezione: l’asticella si alza
L’associazione Plastic Free Onlus ha stretto i bulloni del regolamento per l’edizione 2026.
Per ottenere l’agognato riconoscimento a forma di tartaruga, i Sindaci hanno dovuto superare una valutazione rigorosa basata su cinque pilastri strategici: lotta agli abbandoni illeciti, sensibilizzazione nelle scuole, gestione virtuosa dei rifiuti urbani, attività di clean-up con i cittadini e collaborazione con l’associazione.
Ma il punto cruciale quest’anno è stato la “coerenza amministrativa”: non basta pulire, bisogna smettere di sporcare.
Il ruolo delle ordinanze sindacali (Art. 50 TUEL)
L’aspetto più rilevante emerso dalla conferenza alla Camera è il coraggio normativo.
Molti dei comuni premiati hanno fatto ampio ricorso al potere di ordinanza (ex art. 50 del Testo Unico Enti Locali) per imporre divieti che vanno oltre la legge nazionale. Si parla di divieto di stoviglie in plastica nelle sagre paesane, obbligo di caraffe nelle mense e, misura simbolo di questa edizione, il divieto di rilascio massivo di palloncini e lanterne cinesi, riconosciuti come letali per la fauna marina e terrestre.
La premiazione a Roma come modello UE
L’evento di gala si terrà il 14 marzo a Roma, ma il vero premio è il ritorno di immagine e la qualità della vita sul territorio. Questi comuni diventano laboratori viventi (living labs) dove si sperimentano le politiche di “Zero Waste” che l’Europa ci chiederà di attuare su scala nazionale nei prossimi anni. L’obiettivo è dimostrare che ridurre il monouso riduce anche i costi di gestione (TARI) per la collettività.


