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Fine dell’energia prodotta da carbone: è un obiettivo raggiungibile?

Con un report rilasciato da E3G si evidenzia come la nostra economia faccia progressivamente minore ricorso al carbone per produrre energia, e ciò è avvenuto dal 2015 in avanti.

Che cos’è E3G

Si tratta di un think tank europeo indipendente sul cambiamento climatico con una prospettiva globale. Lavoriamo sulla frontiera del paesaggio climatico affrontando le barriere e avanzando le soluzioni per un clima sicuro.

Il tema del report

Nel report si evidenzia come la pipeline globale delle centrali elettriche a carbone proposte sia crollata, dall’Accordo di Parigi del 2015 in avanti, per un 76%, rendendo concreto l’obiettivo di eliminare un’economia basata sull’utilizzo delle fonti fossili, ed in particolare del carbone. 

Dal 2015, 44 governi (27 nell’OCSE e nell’UE, 17 altrove) si sono già impegnati a non utilizzare nuovo carbone, aprendo una strada per i paesi rimanenti che devono ancora agire. Troviamo che altri 40 paesi (otto nell’OCSE e nell’UE, 32 altrove) non hanno alcun progetto in fase di pre-costruzione e sono in una posizione in cui potrebbero prontamente impegnarsi per “nessun nuovo carbone”.

Guterres, Il segretario generale delle Nazioni Unite, ha chiesto “nessun nuovo (giacimento di) carbone entro il 2021”, mentre il presidente designato della COP Alok Sharma ha chiesto che la COP26 di novembre 2021 “consegni il carbone alla storia”.

La COP26 offre ai governi il momento ideale per chiudere il rubinetto delle nuove costruzioni a carbone.

A livello globale, dal 2015 sono stati cancellati 1.175 GW di progetti di energia a carbone pianificati. L’accelerazione delle tendenze del mercato si è combinata con le nuove politiche governative e la sostenuta opposizione della società civile al carbone. Il mondo ha evitato un’espansione del 56% della flotta globale totale di carbone (a giugno 2021), che sarebbe stata equivalente ad aggiungere una seconda Cina (1.047 GW) alla capacità globale di carbone.

A partire da luglio 2021, la Cina e i paesi con i prossimi cinque maggiori gasdotti pre-costruzione (India, Vietnam, Indonesia, Turchia e Bangladesh) rappresentano oltre i quattro quinti del restante gasdotto mondiale. L’azione di questi sei paesi potrebbe rimuovere l’82% del gasdotto pre-costruzione. Il restante gasdotto pre-costruzione è distribuito in altri 31 paesi, 16 dei quali hanno un solo progetto. Questi paesi potrebbero seguire lo slancio globale e molti dei loro coetanei regionali nel porre fine alla loro ricerca di nuova generazione di energia a carbone.

La dinamica all’interno dell’OCSE e dell’UE è già passata all’accelerazione del ritiro della produzione di energia a carbone esistente, con il 56% della capacità operativa chiusa già dal 2010 o prevista per la chiusura entro il 2030. La pipeline delle centrali elettriche a carbone proposte nell’OCSE e nell’UE paesi è crollato dell’85% dal 2015. I restanti progetti proposti nei paesi dell’OCSE e dell’UE costituiscono solo il 6% della pipeline globale di pre-costruzione. Australia, Colombia, Messico, Polonia e Turchia sono sotto pressione per seguire i loro colleghi dell’OCSE e dell’UE.

Rapporto della Ellen MacArthur Foundation: la rigenerazione richiede una trasformazione economica

Loss of bioversity: è questa la minaccia, la perdita di biodiversità, che pone a serio rischio nostra prosperità ma anche il nostro futuro come specie. Lo afferma la Ellen Mc Arthur Foundation, in un rapporto con il quale si evidenzia la stringente necessità di arrestare e invertire questa perdita, modificando i modelli economici prevalenti, basati su una economia puramente estrattiva.

Il tema

Si tratta di una constatazione di quanto avviene nel nostro pianeta, e delle evidenze empiriche che si stanno manifestando: la perdità di biodiversità.

Si tratta, purtroppo, di un rischio sistemico, ovvero in grado di porre una seria minaccia non solamente nel presente, ma anche il nostro futuro come specie.

Ellen McArthur richiede che, per arrestare e invertire questa perdita, si debba operamente rapidamente un cambiamento trasformativo della sua principale causa di fondo, ovvero modificare i nostri schemi di estrazione delle risorse, sin troppo lineari, ovvero ricchi di spreco e altamente inquinanti.

La fondazione definisce l’economia circolare come lo strumento in grado di realizzare uno “spostamento sismico”: infatti essa crea valore in modi che ricostruiscono la biodiversità e apportano altri benefici a tutta la società.

Si parla di oltre il 90% della perdita di biodiversità in relazione all’estrazione e alla trasformazione delle risorse naturali. Alcuni esempi:

settore alimentare: lo sgomberamento dei terreni per l’agricoltura provoca la perdita di habitat, mentre molte pratiche agricole convenzionali provocano l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali;

industria: la produzione e la trasformazione delle materie prime emettono grandi quantità di gas a effetto serra e altri inquinanti.

Le soluzioni

Per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030 dobbiamo trasformare i nostri sistemi di produzione e consumo. Come sostenuto dalla Piattaforma intergovernativa per la politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES), la perdita globale di biodiversità può essere affrontata solo attraverso trasformazioni economiche, sociali e politiche.

Per approfondire

Clicca qui per leggere il rapporto

Pubblicato da ISTAT il rapporto degli indicatori BES: la raccolta separata dei rifiuti incide su benessere

Nel consueto il rapporto degli indicatori BES, emerge un ruolo rilevante della raccolta differenziata come indicatore dello stato di benessere della Comunità. In particolare è stato rilasciato da ISTAT il nuovo sistema degli indicatori del Bes (benessere equo e sostenibile) aggiornandolo con l’indicatore “ambiente”. Vediamo le evidenze che riguardano i rifiuti.

Che cosa sono gli indicatori del BES

Costituiscono il set di indicatori predisposto da ISTAT che illustra i 12 domini rilevati per la misura del benessere.

Esso viene aggiornato e commentato annualmente in un apposito rapporto.

In particolare, lo scorso anno, esso è stato ampliato a 152 rispetto ai 130 delle scorse edizioni, con una profonda revisione che tiene conto delle trasformazioni che hanno caratterizzato la società italiana nell’ultimo decennio, incluse quelle legate al diffondersi della pandemia da COVID-19.

A partire dal 2018, viene pubblicato anche un aggiornamento intermedio per tutti gli indicatori per i quali sono già disponibili dati aggiornati.

L’indicatore ambiente

Con il Rapporto 2021, il focus di ISTAT va anche sulla raccolta dei rifiuti. In particolare, emerge che Produrre meno rifiuti e aumentare la raccolta differenziata genera effetti positivi sull’ambiente e di conseguenza sulla salute e il benessere delle persone.

Nel 2019, la produzione di rifiuti urbani in Italia si attesta a 30,1 milioni di tonnellate, pari a 503,6 chilogrammi per abitante; il 61,3% di tali rifiuti è stato soggetto a raccolta differenziata, il resto è stato depositato nelle discariche o smaltito negli inceneritori/termovalorizzatori, una quota ancora lontana (circa 4 punti percentuali) dall’obiettivo del 65% che il nostro Paese avrebbe dovuto raggiungere entro il 31 dicembre 20127.

Nel 2019 circa la metà delle province italiane (54 su 107) non raggiunge il target del 65% .

Le percentuali maggiori di raccolta differenziata si osservano nelle province del Nord-est e della Lombardia, quelle più basse nel Mezzogiorno. A Treviso, Mantova, Belluno, Pordenone e Reggio nell’Emilia si raggiungono valori superiori all’80% mentre a Palermo si registra la quota più bassa (29%). Tra le eccezioni positive, nel contesto di un Mezzogiorno in ritardo, spiccano le province della Sardegna, tutte con più del 69% di raccolta differenziata (Oristano 78,1%) e alcune province del Sud, come Chieti (72,5%) e Benevento (71,9%). Significativi anche i risultati di alcuni territori del Centro, in particolare in tutte le province delle Marche i valori superano il 66%. All’opposto, nel Nord sono diverse le province piemontesi e liguri a registrare quote inferiori al 65%, insieme alle lombarde Pavia (54,8%) e Sondrio (56,2%).

In generale negli ultimi dieci anni in tutte le province si registra un incremento delle quote di raccolta differenziata, inoltre si riduce di circa 10 punti percentuali il divario tra il Nord e il Mezzogiorno.

Confindustria Cisambiente in Audizione sul recepimento della Direttiva SUP

Nel corso della giornata di martedì 14 Settembre 2021, alle ore 14.30, Confindustria Cisambiente è stata audita dalle Commissioni riunite 10a e 13a – Ufficio di Presidenza, per un audizione riguardante l’AG 291 (“Riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”). Intervenuto, nell’ambito della delegazione, Stefano Sassone, Direttore dell’Area tecnica.

Il tema

Gli argomenti dell’Audizioni hanno riguardato lo “Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva (UE)2019/904 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”.

E’ stato ribato come la migliore gestione possibile dei prodotti in plastica, e quello che deriva dal loro utilizzo, una volta diventati rifiuti, rappresenta una delle principali problematiche che l’Associazione intende risolvere.

Fin dalle prime Audizioni svolte ed effettuate presso le Commissioni del Senato, segnatamente quella Ambiente, è stato infatti sottolineato come senza la plastica saremmo probabilmente molto indietro con il progresso raggiunto, considerati i costi e le difficoltà nel produrre calcolatori, pc, telefoni, auto, cellulari e tantissimo altro senza l’uso delle plastiche.

La multifunzionalità, la leggerezza, e il costo relativamente basso della plastica ne fanno un materiale onnipresente nella vita quotidiana, sottolineando come sia corretto l’assunto per cui, se la plastica svolge un ruolo utile nell’economia e trova applicazioni essenziali in molti settori, il suo uso sempre più diffuso in applicazioni di breve durata, con particolare riferimento ai prodotti SUP, di cui non è previsto il riutilizzo né un riciclaggio efficiente, si traduce in modelli di produzione e consumo che rischiano di essere inefficienti e lineari.

Cisambiente vuole salvare il mare così come l’aria e la terra (che non cresce), e sicuramente non va semplicemente salvata da specifici materiali quanto piuttosto dall’uomo. Questo atteggiamento andrebbe fermato a prescindere da cosa viene gettato: sia plastica/bioplastica, vetro o carta, siamo certi che cambiando materiale e non atteggiamenti non si risolva nulla .

Si ritiene necessario cambiare atteggiamento con i manufatti che passano tra le mani dell’uomo e sensibilizzarli tantissimo sull’utilizzo di certi prodotti.

Per vedere il Video dell’intervento

Cliccare qui.

Le procedure autorizzative ambientali, IIa Edizione: cosa cambia con il Semplificazioni Bis. In libreria e on line su Amazon.it!

E’ il titolo del mio nuovo libro, dedicato alle Procedure Autorizzative ambientali.

Con la seconda Edizione vengono evidenziati gli importanti riflessi sulla disciplina originati da una ulteriore iniziativa promossa dal Governo italiano nel Maggio del 2021 sulla disciplina del permitting ambientale con il DL n. 77 del 31 Maggio 2021, la cui intenzione è quella di accorciare ulteriormente i tempi delle procedure amministrative utili al rilascio dei titoli abilitativi e di creare una “fast track” per le opere comprese nel Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR) e del Piano Nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC).

Le “Procedure Ambientali” costituisce il primo volume della nuova collana dal titolo “L’Economia circolare dispiegata”, il visibile filo rosso che lega assieme le diverse monografie che la compongono, ciascuna delle quali è stata sviluppata con l’obiettivo di evidenziare i principi cui dovrebbero essere ispirati i modi di operare di cittadini, imprese, e pubbliche amministrazioni chiamati ad implementarli, i quali possono rendere, se correttamente attuati, “circolare” il nostro sistema economico.

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AEA: occorrono urgenti tagli alle emissioni originate dai trasporti marittimi

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA), un ruolo chiave nel commercio mondiale, e soprattutto, nell’economia comunitaria sarà svolto dai trasporti marittimi. Nonostante siano stati adottati nel settore alcune significative misure utili a mitigare i suoi impatti ambientali, in vista di un previsto aumento dei volumi di traffico globale, si rende improcrastinabile la riduzione dei gas ad effetto serra da parte dei trasporti marittimi.

Lo scenario di fondo

L’agenzia è giunta a questa conclusione sulla base di alcune drammatiche evidenze empiriche che narranno di una situazione che si potrebbe rilevare come irrerversibile.

Infatti, nel 2018, le emissioni del settore dei trasporti marittimi hanno rappresentato il 13,5% delle emissioni totali di gas serra dei trasporti dell’UE; nettamente indietro rispetto al trasporto stradale (71%) e leggermente indietro rispetto al trasporto aereo (14,4%).

Oltre un terzo di questo proveniva dalle navi portacontainer.

Inoltre, circa il 40% della popolazione dell’UE vive entro 50 chilometri dal mare, quindi le emissioni nell’aria delle navi sono una preoccupazione particolare per le comunità costiere. In comune con altre forme di trasporto, le navi emettono sostanze tra cui ossidi di zolfo (SOX), ossidi di azoto (NOX) e particolato (PM), che possono avere effetti sulla salute umana.

Sempre nel 2018, il settore del trasporto marittimo ha prodotto il 24% di tutte le emissioni di NOx, il 24% di tutte le emissioni di SOx e il 9% di tutte le emissioni di PM2,5, in proporzione alle emissioni nazionali dell’UE di tutti i settori economici.

Il rumore subacqueo causato dai motori e dalle eliche delle navi può causare la perdita dell’udito e creare cambiamenti comportamentali negli animali marini. Le stime suggeriscono che, tra il 2014-2019, il rumore totale accumulato sottomarino irradiato è più che raddoppiato nelle acque dell’UE.

Le specie non indigene possono invadere nuovi habitat aggrappandosi agli scafi delle navi mentre si spostano da un porto all’altro o tramite l’acqua di zavorra della nave, che viene imbarcata in un porto e rilasciata nella destinazione della nave. Il settore del trasporto marittimo rappresenta la maggior parte dell’introduzione di specie non indigene nei mari dell’UE (51 specie ad alto impatto; quasi il 50% del totale) dal 1949.

Anche se la quantità di petrolio trasportata via mare è in costante crescita negli ultimi 30 anni, la quantità totale di fuoriuscite accidentali di petrolio è in costante diminuzione. Nel periodo 2010-2019, su 44 fuoriuscite di petrolio di medie dimensioni in tutto il mondo, solo cinque sono state localizzate nei mari europei. Su un totale di 18 grandi fuoriuscite di petrolio nel mondo, solo tre sono avvenute nell’UE.

I container smarriti sono una fonte di rifiuti marini. A seconda delle condizioni del mare nel momento in cui sono andati perduti, possono rimanere intatti nell’acqua o rilasciare parte – o tutto – del loro contenuto. La percentuale di rifiuti totali rilasciati tramite container smarriti in mare è bassa e considerata trascurabile nell’UE, con una media di 268 container persi all’anno su 226 milioni di container spediti in tutto il mondo.

L’UE dispone di un pacchetto completo di norme che affrontano gli aspetti ambientali del trasporto marittimo, molti dei quali vanno oltre gli standard internazionali concordati. Tuttavia, le sfide future per i responsabili politici includono un previsto aumento della navigazione globale, così come il cambiamento climatico, che potrebbe vedere i porti vulnerabili all’innalzamento del livello del mare, e nuove rotte marittime permanenti nelle aree in cui attualmente non sono aperte tutto l’anno.

Quale sono le dimensioni del traffico marittimo nella UE?

Nel 2019, le navi battenti bandiera degli Stati membri dell’UE (circa 18 000 navi) hanno costituito quasi un quinto della flotta mondiale totale in tonnellaggio a peso morto (DWT), una misura per la capacità di carico.

Oltre l’80% di queste navi sono navi portarinfuse, petroliere e navi portacontainer.

La flotta registrata negli Stati membri dell’UE è relativamente moderna; la metà di tutte le navi iscritte alle bandiere degli Stati membri dell’UE ha meno di 15 anni e quindi è più probabile che soddisfino standard ambientali più elevati.

Nel 2019, quasi la metà del traffico marittimo (scali nave) nell’UE proveniva da navi impegnate esclusivamente su rotte e viaggi nazionali, principalmente a causa delle frequenti traversate effettuate da navi passeggeri e traghetti roll-on roll-off. I porti dell’UE hanno movimentato quasi quattro miliardi di tonnellate di merci, che rappresentano circa la metà di tutte le merci scambiate in peso tra l’UE-27 e il resto del mondo.

L’impatto sul clima

Per contenere le variazioni climatiche, sul piano generale, come noto, la Comunità ha proposto un obiettivo di riduzione delle emissioni nette di gas a effetto serra (GHG) a livello dell’UE entro il 2030 di almeno il 55% (rispetto al 1990) che indirizzerà l’Unione verso la neutralità climatica.

Scendendo nei dettagli del settore, il contributo dato nel 2018 dal trasporto marittimo e dalla navigazione interna è pari al 13,5% delle emissioni totali di gas serra dei trasporti dell’UE.

E si tratta di un dato molto elevato, in relativi, in quanto è molto dietro il trasporto su strada e leggermente dietro l’aviazione.

Di gran lunga il più grande tipo di emissioni di gas serra creato dal settore dei trasporti marittimi era l’anidride carbonica (CO2) dalla combustione del carburante.

In totale, le navi che fanno scalo nei porti dell’UE e del SEE hanno generato 140 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 nel 2018 (circa il 18% di tutte le emissioni di CO2 generate dal trasporto marittimo in tutto il mondo quell’anno). Delle emissioni totali di CO2, circa il 40% deriva da navi che viaggiano tra porti degli Stati membri dell’UE e navi ormeggiate nei porti. Il restante 60% viene prodotto durante i viaggi in entrata e in uscita dall’UE. Le navi portacontainer da sole rappresentano circa un terzo delle emissioni di CO2 della flotta nell’UE.

Per maggiori informazioni

Cliccare qui: https://www.eea.europa.eu/publications/maritime-transport/emter-facts-and-figures/emter-facts-and-figures-en.pdf/view

Unione europea: adottato il quadro di riferimento per le obbligazioni verdi

Avevamo già affrontato il tema dei prestiti obbligazionari verdi, chiarendo come l’Agenzia Europea dell’Ambiente aveva sottolineato come, per realizzare un’economia a basse emissioni di carbonio, fosse necessario un massiccio spostamento di capitale finanziario (cliccare qui), e come la Commissione europea, attraverso la COM(2021) 188 del 21 Aprile 2021, aveva intrapreso e consolidato il percorso verso una tassonomia comunitaria, sulle modalità di reporting, sulle preferenze inerenti il tema della sostenibilità ambientale ed in particolare a livello aziendale (cliccare qui). Ora, dalle parole si passa ai fatti: con il documento di lavoro predisposto dalla Commissione, ha varato il framework normativo sul punto.

Il ruolo della Comunità europea verso la costruzione di un’economia verde

In premessa al documento, la Commissione precisa che la Comunità è un’entità sovranazionale composta attualmente da 27 Stati membri. Dal Trattato istitutivo della stessa, siglato a Roma nel lontano 1957 da pochi Paesi membri, tra cui l’Italia, a partire da quella che era iniziata come un’unione puramente economica, la Comunità si è evoluta e trasformata in un’organizzazione che copre un’ampia gamma di aree politiche, dal  clima alla salute, dalle relazioni esterne alla sicurezza, e così via dicendo che, progressivamente nel corso del tempo, ha dato sempre maggiore spazio alle tematiche ambientali.

I green bond

Con tale iniziativa, l’Unione mira a rendere green alcuni aspetti del sistema finanziario, partendo da alcuni fatti rilevanti a tal fine e che le consentono di varare un iniziativa di questo tipo: si tratta infatti di un Istituzione con personalità giuridica, che possiede, in ciascuno degli Stati membri, la più ampia capacità giuridica riconosciuta alle persone giuridiche costituite in tale Stato, e, soprattutto, gode di un solido rating creditizio con le principali agenzie di rating consolidate.

Sulla base di questa esperienza, l’UE sta attualmente attuando un nuovo strumento, NextGenerationEU, per affrontare le conseguenze economiche avverse della crisi COVID-19 o il finanziamento immediato, per evitare il riemergere di quella crisi.

L’obiettivo dell’emissione del prestito obbligazionario

Proprio con l’intento di finanziare questa mastodontica operazione di ripresa, lo scorso 7 settembre la Comunità ha creato la struttura legislativa di base per l’emissione delle obbligazioni “green”, per un controvalore pari al 30% dell’emissione totale di NextGenerationEU, lo strumento temporaneo per la ripresa, il quale ha un entità pari 800 miliardi di euro a prezzi correnti ed è finanlizzato, come sopra scritto, a sostenere la ripresa dell’Europa dalla pandemia di Covid-19 e contribuire a costruire un’Europa più verde, più digitale e più resiliente.

L’UE è stata in prima linea nella finanza sostenibile e si è impegnata a sviluppare ulteriormente il Mercati europei della finanza sostenibile. Questo impegno è già evidente nella Commissione ruolo di regolatore (tassonomia UE), policymaker (Green Deal, piano d’azione per la finanza sostenibile) e come un emittente di obbligazioni sociali nell’ambito del programma SURE. Per essere ulteriormente all’altezza di questo impegno, e in linea con i suoi sforzi per indirizzare i flussi di capitale verso investimenti più sostenibili, la Commissione mira a finanziare il 30% del Piano di Ripresa proprio attraverso i green bond. Si punta quindi a dare al mercato dei green bond un’altra spinta, ispirando altri emittenti e fornendo agli investitori una maggiore diversificazione delle opzioni, in chiave “green”:

Il programma dell’iniziativa

In tale contesto, il Piano prevede che, entro la fine del 2026, la Commissione UE reperirà sui mercati dei capitali, per conto dell’UE, una somma pari a 421,5 miliardi di euro, che verranno resi disponibili soprattutto per realizzare forme di supporto nei confronti dei Paesi Membri, e di altri programmi di bilancio dell’UE; invece 385,2 miliardi di euro per prestiti, per finanziare quello che in Italia ha preso, per le iniziative assunte nel nostro Paese, la denominazione di Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR). Ciò si tradurrà in un volume di prestiti pari in media a circa 150 miliardi di euro all’anno.

I green bond

In particolare, la Commissione ha manifestato l’intenzione di emettere prestiti obbligazionari (“bond”), a lungo termine, nell’anno corrente. Il controvalore sarà pari, in questo caso, a 80 miliardi di euro.

Essi verranno successivamente integrati mediante buoni a breve termine mediante aste emessi dalla UE, a partire da questa settimana[1].


[1] Si prevede che le aste saranno in numero pari a due ogni mese per i buoni dell’UE, il primo e il terzo mercoledì. Inoltre, in relazione al programma della messa all’asta, si sottolinea come il medesimo meccanismo verrà impiegato anche per i Bond, in aggiunta alle emissioni sindacate. In base al calendario delle emissioni contestualmente pubblicato, la Commissione organizzerà  di norma un’asta e un’emissione sindacata al mese per le obbligazioni.

Pronti per la settimana europea dei rifiuti, ultima settimana di novembre

Quasi pronti al via per una nuova settimana europea dei rifiuti, con un focus sulle “Comunità circolari”. Gli eventi saranno organizzati quest’anno tra il 21 e il 28 novembre 2021.

L’iniziativa

La Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), rappresenta un contenitore di eventi che da molti anni, attraverso gli eventi che sono realizzati iniziativa volta a promuovere la realizzazione di azioni di sensibilizzazione sulla sostenibilità e sulla corretta gestione dei rifiuti nel corso di una sola settimana nel mese di novembre.

La SERR consiste in una elaborata campagna di comunicazione ambientale che intende promuovere, tra i cittadini, una maggiore consapevolezza sulle eccessive quantità di rifiuti prodotti e sulla necessità di ridurli drasticamente. L’accento è quindi sulla prevenzione dei rifiuti e ogni azione della  Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti mostra come ogni attore della società – compresi i singoli cittadini – possa, in modo creativo, contribuire a ridurre i rifiuti in prima persona e a comunicare questo messaggio d’azione agli altri.

La Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti nasce all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, i consumatori e tutti gli altri stakeholder circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione Europea, che gli Stati membri devono perseguire, anche alla luce delle recenti disposizioni normative (direttiva quadro sui rifiuti, 2008/98/CE).

Come partecipare

Prendono parte agli eventi della settimana istituzioni, Associazioni, ONG, imprese, istituzione scolastiche, e cittadini.

Il programma di quest’anno

Il Comitato promotore nazionale della Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti (SERR) composto da CNI Unesco, Ministero della transizione Ecologica, Utilitalia, Anci, Città Metropolitana di Torino, Legambiente, Regione Siciliana e AICA, con E.R.I.C.A. Soc. Coop in qualità di partner tecnico, ha comunicato che è possibile iscriversi alla SERR 2021 fino mercoledì 27 ottobre 2021 accedendo al sito

I promotori dell’iniziativa intendo evidenziare la necessità che tutti, dai cittadini alle imprese passando per le Istituzioni, si pongano l’obiettivo di adottare di produrre zero rifiuti e realizzare attività circolari, poiché la promozione di un modello economico circolare è profondo, e richiede significativi cambiamenti utile ad attuare quella transizione ecologica completa che deve essere guidata e posseduta dalle comunità se vogliamo che abbia successo.

Gli organizzatori evidenziano come i tempi siano difficili e le piccole comunità possono svolgere nella transizione verso modelli di consumo e produzione sostenibili.

Tutte le organizzazioni (organizzazioni non governative, movimenti di base, imprese, istituti scolastici, autorità pubbliche), nonché i singoli cittadini che forniscono servizi di prevenzione, ritiro, riutilizzo, riciclaggio e compostaggio dei rifiuti dovrebbero essere coinvolti al fine di raggiungere gli obiettivi di rifiuti zero.

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