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Rilasciato il Rapporto rifiuti urbani ISPRA

Lo scorso dicembre, prima della sosta per le vacanze natalizie, ISPRA ha rilasciato il consueto rapporto rifiuti urbani, giunto all’edizione, e riferito ai dati dell’anno 2020. Vediamo le principali statistiche descrittive relative a produzione, raccolta differenziata e forme di gestione dei rifiuti prodotti in ambito urbano.

Il contenuto del Rapporto

Il Rapporto è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’ISPRA[1].

ISPRA mira a fornire un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato di supporto al Legislatore per orientare politiche e interventi adeguati, per monitorarne l’efficacia, introducendo, se necessario, eventuali misure correttive.

In particolare, l’ultima edizione conferma la struttura ed il contenuto delle più recenti edizioni, contenendo i dati riguardanti la produzione, la raccolta differenziata, le modalità di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale, ed include, altresì, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario.

Infine, presenta una ricognizione dello stato di attuazione della pianificazione territoriale aggiornata all’anno 2021.

Le principali evidenze

Scendendo nel dettaglio delle evidenze empiriche, dalle analisi condotte dall’Istituto emerge quanto segue.

Produzione

Va da sé che i dati sui rifiuti urbani relativi al 2020 sono fortemente influenzati dall’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha segnato il contesto socioeconomico nazionale.

Come da stime ISPRA condotte a inizio pandemia, la produzione dei rifiuti fa, infatti, registrare un calo superiore a un milione di tonnellate a causa delle misure di restrizione adottate e delle chiusure di diverse tipologie di esercizi commerciali.

Il dato 2020 relativo alla produzione complessiva si attesta a 28,9 milioni di tonnellate, in calo del 3,6% rispetto al 2019.

Raccolta differenziata

Il combinato disposto tra testo unico ambientale (TUA, D.Lgs. n. 152/2006 e L. n. 296/2006) ha determinato taluni obiettivi di raccolta differenziata, ed in particolare occorre raggiungere almeno:

  • il 35% entro il 31 dicembre 2006;
  • il 40% entro il 31 dicembre 2007;
  • il 45% entro il 31 dicembre 2008;
  • il 50% entro il 31 dicembre 2009;
  • il 60% entro il 31 dicembre 2011;
  • almeno il 65% entro il 31 dicembre 2012[2].

Nel 2020, la percentuale di raccolta differenziata (RD) è pari al63% della produzione nazionale, con una crescita di 1,8punti percentuali rispetto al 2019

In valore assoluto, la raccolta differenziata mostra una leggera contrazione, da 18,4 milioni di tonnellate a 18,2 milioni di tonnellate. Il calo registrato risulta, tuttavia, decisamente meno marcato di quello rilevato per i quantitativi prodotti: -0,8% per la raccolta differenziata contro -3,6% (1,1 milioni di tonnellate) della

produzione di rifiuti urbani.

Nonostante l’emergenza sanitaria da Covid-19 abbia influito significativamente sui consumi nazionali e di conseguenza sulla produzione dei rifiuti, il sistema di gestione delle raccolte differenziate ha, quindi, garantito l’intercettazione dei flussi di rifiuti presso tutte le tipologie di utenze. Va rilevato, inoltre, che proprio le regioni maggiormente colpite dall’emergenza, ove sono state disposte specifiche ordinanze per il conferimento dei rifiuti nell’indifferenziato, hanno saputo adottare misure efficienti di gestione assicurando il ritiro di tutti i rifiuti.

Si segnala che il dato di raccolta differenziata ricomprende, laddove disponibili, i quantitativi  di rifiuti organici destinati a compostaggio domestico, pari a 275 mila tonnellate nel 2020.

 Nel Nord, la raccolta complessiva si attesta a 9,8 milioni di tonnellate, nel Centro a circa 3,6 milioni di tonnellate e nel Sud a quasi 4,8 milioni di tonnellate. Tali valori si traducono in  percentuali, calcolate rispetto alla produzione totale dei rifiuti urbani di ciascuna macroarea, pari al 70,8% per le regioni settentrionali, al

59,2% per quelle del Centro e al 53,6% per le regioni del Mezzogiorno.

Rispetto al 2019, tutte le macroaree geografiche mostrano incrementi nelle percentuali di raccolta differenziata: la percentuale delle regioni del Mezzogiorno cresce di 2,9 punti, quella delle regioni centrali di 1,4 punti e quella delle regioni del Nord di 1,2 punti.

La raccolta pro capite nazionale è di 308 chilogrammi per abitante per anno, con valori di 359 chilogrammi per abitante nel Nord (-4 chilogrammi per abitante rispetto al 2019), 310 chilogrammi per abitante nel Centro (-8 chilogrammi) e 237 chilogrammi per abitante nel Sud (+8,6chilogrammi).

Con riferimento al triennio 2018-2020, si rileva un incremento di 27 chilogrammi per abitante nelle regioni del Sud, di 9 chilogrammi in quelle del centro Italia, e di quasi 8 chilogrammi nel Nord.

Su scala nazionale la raccolta differenziata pro capite fa segnare una crescita di circa 15 chilogrammi per abitante.

Le forme di gestione

Gli impianti di gestione[3]  dei rifiuti urbani, operativi nel 2020, sono 673, ed in particolare:

359 sono dedicati al trattamento della frazione organica della raccolta differenziata (293 impianti di compostaggio, 43 impianti per il trattamento integrato aerobico /anaerobico e 23 impianti di digestione anaerobica);

132 sono impianti per il trattamento meccanico o meccanico biologico;

131 sono impianti di discarica;

37 impianti di incenerimento;

14 impianti industriali che effettuano il coincenerimento dei rifiuti urbani.

Nel 2020 i rifiuti smaltiti in discarica senza essere stati sottoposti ad un trattamento preventivo sono stati circa 367 mila tonnellate, circa 79 mila tonnellate in più del 2019 nonostante la riduzione complessivamente registrata nello smaltimento in discarca (-8%), anche a causa delle disposizioni  introdotte a seguito della pandemia che hanno previsto, tramite le ordinanze ex art. 191 del d.lgs. n. 152 del 2006, la possibilità di smaltire i rifiuti urbani provenienti dalle zone maggiormente colpite, in deroga all’obbligo di pretrattamento previsto dall’art. 7 d.lgs.36/3003.

Gli impianti di TMB hanno trattato, nel 2020, circa 7,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati (identificati con il codice CER 200301), oltre 226 mila tonnellate di altre frazioni merceologiche di rifiuti urbani, circa 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti provenienti dal trattamento dei rifiuti urbani (identificati con i codici del capitolo 19) e quasi 231 mila tonnellate di altre tipologie di rifiuti speciali.

L’analisi dei dati evidenzia che lo smaltimento in discarica interessa il 20% dei rifiuti urbani prodotti. Agli impianti di recupero di materia per il trattamento delle raccolte differenziate viene inviato, nel suo complesso, il 51% dei rifiuti prodotti: il 23% agli impianti che recuperano la frazione organica da RD (umido + verde) e oltre il 28% agli impianti di recupero delle altre frazioni merceologiche della raccolta differenziata. Il 18% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito, mentre l’1% viene inviato ad impianti produttivi, quali i cementifici, centrali termoelettriche, ecc., per essere utilizzato all’interno del ciclo produttivo per produrre energia; l’1% viene utilizzato, dopo adeguato trattamento, per la ricopertura delle discariche, il 5%, costituito da rifiuti derivanti dagli impianti TMB, viene inviato a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione, il 2% è esportato (514 mila tonnellate) e l’1% viene gestito direttamente dai cittadini attraverso il compostaggio domestico (275 mila tonnellate). Infine, nella voce “altro” (1%), sono incluse le quantità di rifiuti che rimangono in giacenza alla fine dell’anno presso gli impianti di trattamento, le perdite di processo, nonché i rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento meccanico biologico la cui destinazione non è desumibile dalla banca dati MUD. In merito al dato rilevato per le esportazioni (2%) è necessario precisare che non include i materiali esportati dopo operazioni di recupero a seguito delle quali gli stessi sono qualificati come prodotti o materie prime secondarie.

Per ulteriori informazioni

Cliccare qui: https://www.isprambiente.gov.it/files2021/pubblicazioni/rapporti/rapportorifiutiurbani_ed-2021-n-355conappendice-2.pdf


[1] La realizzazione del rapporto risponde ad  uno specifico compito istituzionale prescritto dal Testo Unico Ambientale (Art. 189 del D.lgs. n.152/2006).

[2] Si sottolinea come la vigente Direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE affianca agli obiettivi di raccolta previsti dalla normativa italiana target di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio per specifici flussi di rifiuti quali i rifiuti urbani e i rifiuti da attività di costruzione e demolizione. Nel caso dei primi, in particolare, la direttiva quadro ha inizialmente previsto che he, entro il 2020, la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali, come minimo, carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici, e possibilmente di altra origine, nella misura in cui tali flussi di rifiuti sono simili a quelli domestici, siano aumentatati complessivamente almeno al 50% in termini di peso. La direttiva è stata, successivamente, ampiamente modificata dalla direttiva 2018/851/UE, che ha aggiunto ulteriori obiettivi per la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio, da conseguirsi entro il 2025 (55%), 2030 (60%) e 2035 (65%). Tali nuovi obiettivi sono stati recepiti, nell’ordinamento nazionale, dal decreto legislativo 3 settembre 2020, n.116 che ha modificato l’articolo 181 del d.lgs. n. 152/2006. Le modalità di calcolo di questi obiettivi sono riportate all’articolo 11 bis della direttiva 2008/98/CE così come modificata dalla direttiva 2018/851/UE e più dettagliatamente esplicitate nella decisione di esecuzione 2019/1004/UE. Nell’ordinamento nazionale, le regole per il calcolo degli obiettivi sono individuate all’articolo 205–bis del d.lgs. 152/2006.

[3] E’ opportuno chiarire la metodologia ISPRA riguardante l’analisi dei dati relativi alla gestione dei rifiuti urbani. Infatti essa include anche i rifiuti identificati con i codici 191212 (altri rifiuti compresi i materiali misti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti), 191210 (rifiuti combustibili – CSS), 190501 (parte di rifiuti urbani e simili non compostata), 190503 (compost fuori specifica) e 190599 (rifiuti provenienti dal trattamento aerobico dei rifiuti non specificati altrimenti) che, seppur classificati come speciali a seguito di operazioni di trattamento che ne modificano la natura e la composizione chimica, sono di origine urbana. Tale scelta è giustificata dal disposto dell’art. 182-bis del d.lgs. n. 152/2006 che prevede la realizzazione dell’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi e dei rifiuti del loro trattamento attraverso la realizzazione di una rete impiantistica integrata nell’ambito territoriale ottimale. La principale criticità nell’analisi di tali flussi di rifiuti consiste nella loro movimentazione verso destinazioni extraregionali che rende particolarmente complicato seguirne il percorso dalla produzione alla destinazione finale. Inoltre, i rifiuti urbani avviati a forme di trattamento di tipo meccanico biologico intermedie prima di una destinazione definitiva di recupero o smaltimento rappresentano, nel 2020, il 31% dei rifiuti urbani prodotti. Pertanto, sulla scorta di tale premessa, ISPRA provvede a contabilizzare questi rifiuti per chiudere il ciclo della gestione dei rifiuti urbani. Il trattamento meccanico biologico è, infatti, diffusamente utilizzato come forma di pretrattamento allo smaltimento in discarica o all’incenerimento con lo scopo, da una parte, di garantire le condizioni di stabilità biologica riducendo l’umidità e il volume dei rifiuti, dall’altra di incrementare il loro potere calorifico per rendere più efficiente il processo di combustione. Nel 2020 il 93,7% dei rifiuti urbani smaltiti in discarica e il 50% di quelli inceneriti sono stati sottoposti a trattamento preliminare.

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Stato del clima: aumenta il surriscaldamento del pianeta

Presentato a Roma il rapporto ISPRA sullo stato e il trend del clima in Italia. Emerge, a livello globale, che l’anno appena trascorso è stato quello più caldo della serie di temperatura media annuale sulla terraferma e il secondo più caldo della serie di temperatura media su terraferma e oceani insieme.

L’evento

E’ stato presentato a Roma, lo scorso 10 novembre il rapporto ISPRA sullo stato e il trend del clima in Italia.

Nel corso del webinar sono stati illustrati i risultati dell’ultimo rapporto “Gli indicatori del clima in Italia”, giunto nel 2021 alla XVI edizione.

Gli obiettivi

Arricchito da una serie di contributi di approfondimento, utili alla comprensione delle tendenze climatiche in atto, da parte delle Agenzie e di altri esperti del settore che collaborano da anni alle attività di climatologia di ISPRA, esso è stato predisposto per:

  • descrivere l’andamento del clima nel 2020;
  • aggiornare la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni in Italia.

La base dei dati

I dati vengono forniti attraverso il Sistema nazionale per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di dati Climatologici di Interesse Ambientale (SCIA), realizzato dall’ISPRA e alimentato in collaborazione con le ARPA e con altri organismi titolari delle principali reti osservative presenti sul territorio nazionale

Le informazioni di sintesi sono poi trasmesse all’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), contribuendo a comporre il quadro conoscitivo sullo Stato del clima a scala globale.

Le principali evidenze empiriche

Dal rapporto emergono diversi preoccupanti aspetti, che, nel contesto della Conferenza COP26 di Glasgow appena conclusa, richiedono di passare dal “bla bla bla” ad azioni concrete che vadano sensibile a modificare i cicli antropici per modificare una situazione ormai  divenuta insostenibile.

L’aumento della temperatura

Non giova sapere che lo scorso anno abbiamo registrato il livello più elevato in termini della serie di temperatura media annuale sulla terraferma e il secondo più caldo della serie di temperatura media su terraferma e oceani insieme.

Da gennaio a novembre tutte le temperature globali medie mensili si collocano tra i quattro valori più alti dall’inizio delle osservazioni, in particolare i mesi di gennaio, maggio e settembre sono risultati i più caldi delle rispettive serie storiche; dicembre è stato l’ottavo più caldo.

Nel 2020 l’anomalia della temperatura media globale sulla terraferma è stata di +1.44 °C rispetto al periodo 1961-1990.

La temperatura dei mari

Un altro aspetto che evidenzia la linea di confine alla quale siamo giunti è quella della temperatura media superficiale dei mari italiani.

Sempre nel 2020, essa ha stabilito un’anomalia media di +0.95 °C: il dato si colloca al quarto posto dell’intera serie dal 1961.

Nell’arco degli ultimi 22 anni la temperatura media superficiale del mare è stata sempre superiore alla media, ed in particolare nove degli ultimi dieci anni hanno registrato le anomalie positive più elevate di tutta la serie. Nel 2020 le anomalie sono state positive in tutti i mesi dell’anno, con i valori massimi ad agosto (+1.7 °C) e a maggio (+1.4 °C).

Per quanto riguarda il nostro Paese, il 2020 ha costituito il quinto anno più caldo dal 1961, registrando un’anomalia media di +1.54 °C. A partire dal 1985, le anomalie sono state sempre positive, ad eccezione del 1991 e del 1996. Il 2020 è stato il ventiquattresimo anno consecutivo con anomalia positiva rispetto al valore normale; il decennio 2011-2020 è stato il più caldo dal 1961.

Precipitazioni

Da ultimo, qualche dato che riguarda la pioggia sul nostro territorio.

ISPRA rileva che lo scorso anno, è stato il 23° anno meno piovoso dal 1961. Sull’intero territorio nazionale, i mesi mediamente più secchi sono stati gennaio (-75%) e febbraio (-77%), seguiti da novembre, aprile e maggio, mentre dicembre è stato il mese mediamente più piovoso, con un’anomalia di +109%.

Al Nord il mese più piovoso si conferma dicembre, con un picco di anomalia positiva di +182%, seguito da ottobre (+69%) e giugno (+50%); anche al Centro il mese più piovoso si conferma dicembre, con un picco di anomalia positiva di +92%, seguito da giugno (+45%); al Sud e Isole i mesi relativamente più piovosi sono stati settembre (+67%) e luglio (+58%). Novembre è stato il mese più secco al Nord (-85%), gennaio al Centro (-69%) e al Sud e Isole (-78%).

Anche nel 2020 non sono mancati eventi di precipitazione intensa. I valori più elevati di precipitazione giornaliera sono stati registrati in occasione dell’evento alluvionale di inizio ottobre.

In un’ampia zona del Piemonte settentrionale, il 2 ottobre sono state registrate precipitazioni cumulate giornaliere comprese fra 400 e 500 mm; nella parte occidentale della Liguria e all’estremo confine meridionale del Piemonte si sono superati localmente i 350 mm di precipitazione.

Indici climatici rappresentativi delle condizioni di siccità: valori elevati del numero di giorni asciutti, superiori a 300 giorni, si registrano in diverse aree del territorio nazionale, con punte di 341 giorni a Pescara e a Capo Carbonara (SU).

Il numero massimo di giorni asciutti consecutivi nell’anno ha raggiunto i valori più alti in Sardegna ed in Sicilia (fino a 90 giorni secchi consecutivi) e i valori più bassi sulla dorsale appenninica e su Alpi e Prealpi (fino a 20 giorni).

Per maggiori informazioni

Le presentazioni della giornata di lavoro:

9 – Stato maggiore aeronautica

8 – La sicilia

7- Il 2020 in ER

6 – Il caso Piemonte

5- Il caldo inverno di Milano

4- Eventi estremi ITA

3 – ARPAE – indicatori clima

2- Protezione civile

1 – ARPA Piemonte

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