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Climate Analytics: la diminuzione di 1,5 ° C rimane fuori portata

Con uno studio sviluppato sulla base degli annunci effettuati nell’ambito della recente COP26 svolta nella città di Glasgow, mostrano che, in realtà, occorre mantenere cautela sulle stime predisposte. La strada da percorrere è ancora lunga.

Le evidenze dell’indagine

Un recente studio condotto dalla Società USA climate analytics mostra l’esigenza di mantenere parecchia cautela sulle misure che sono state annunciate nel corso della COP26, l’annuale conferenza sul clima, svolta quest’anno nella città di Glasgow (Scozia), cui hanno partecipato i Grandi della Terra, fra cui l’Italia. Prima di vedere quanto emerso dall’analisi, un breve profilo dell’estensore dell’indagine.

Climate Analytics è stata costituita nel 2008 per portare la scienza e l’analisi politica all’avanguardia per affrontare uno dei problemi globali più urgenti del nostro tempo: il cambiamento climatico indotto dall’uomo. Il team si compone di circa 100 persone conta 32 diverse nazionalità.

L’Azienda svolte attività di ricerca sul limite di temperatura di 1,5°C nell’accordo di Parigi e sui rischi e le vulnerabilità che questi paesi devono affrontare, valutando altresì i progressi sull’azione per il clima e come i governi possono agire in base alle loro politiche per mantenere il riscaldamento globale entro questo limite.

In particolare, CA parla di cautele da prendere sulle dichiarazioni effettuato.

In primis, occorre evidenziare che le riduzioni nelle stime relativa al decremento della temperatura al 2100 sono in gran parte il risultato dell’annunciato “impatto climatico zero”, da raggiungere nella UE entro il 2050.

Questo lascia ancora un enorme divario di emissioni nel 2030 e non lo è sufficiente per mantenere 1,5°C a portata di mano.

In un’analisi pubblicata di recente, l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha stimato che impegni attuali, molti dei quali non sono inclusi nella legge o nei documenti ufficiali nazionali, darebbe al mondo una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento di fine secolo a 1,8°C, con una possibilità su quattro di superare i 2°C.1 Questo non è un percorso compatibile con l’Accordo di Parigi.

Perché il riscaldamento globale è legato direttamente alla somma totale di tutte le emissioni di CO2, ogni anno di un’azione ritardata al 2030 limiterà la nostra capacità di mantenere il riscaldamento a 1,5°C entro il 2100.

Lo scenario di impegni annunciati supera l’intervallo 2030 relativo ai livelli di emissione in percorsi compatibili a 1,5°C con un ampio margine, e continua a farlo fino alla metà del secolo.

Tra oggi e il 2050, il percorso previsto dalla IEA, pari ad una diminuzione di 1,8°C, determinerà l’emissione, in media, di 350 Gt di CO2 in più rispetto a ciò che si osserva nei percorsi di prevenzione e riduzione integrata dell’inquimento del -1,5°C.

Ciò comporterebbe una probabilità superiore al 25% di a livello di riscaldamento di picco superiore a 2°C. Questo non è compatibile con l’obiettivo della temperatura a lungo termine dell’Accordo di Parigi di “mantenere bene l’aumento della temperatura media globale” sotto i 2°C… e proseguendo gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C sopra i livelli preindustriali”

Lo studio di CA realizzato per l’Associazione “A Sud”

Un’altra indagine di CA  mostra invece che il nostro Paese dovrebbe dovrebbe ridurre le emissioni del 92% al 2030, rispetto ai livelli del 1990, sulla base dei princìpi dell’UNFCCC di Equità e Responsabilità comuni ma differenziate. Tale percentuale si ricaverebbe dalla responsabilità storica e attuale del nostro Paese e la sua capacità tecnologica e finanziaria, in conformità ai principi di “Equità” e “Responsabilità comuni ma differenziate”, pilatri della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), contribuendo sensibilmente all’aumento di temperatura del nostro Pianeta che, sarebbe avviato ad un riscaldamento pari a +2,4 °C entro la fine del secolo.

L’attuale obiettivo dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale senza precedenti di oltre 3°C entro la fine del secolo.

Inoltre, il “carbon budget” residuo dell’Italia (quanto il nostro Paese può ancora emettere in termini di gas) tra il 2020 e il 2030, che risulta compatibile con il suo fair share[1] nel perseguimento dell’obiettivo di temperatura a lungo termine dell’Accordo di Parigi, ammonta al massimo a circa 2,09 GtCO2eq. Se gli attuali livelli di emissioni dovessero continuare, già nel 2025 l’Italia esaurirebbe il suo fair share di emissioni rilasciabili nel periodo tra il 2020 e il 2030”.

Nel documento è possibile rinvenire anche considerazioni sul Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), per cui viene evidenziato, come, se pienamente attuato, questo potrebbe consentire una riduzione, al 2030, di solo il 36% in merito alle emissioni di gas serra.

Il divario tra una riduzione delle emissioni per l’Italia che sia compatibile con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi e la riduzione delle emissioni dalle politiche pianificate ammonta a circa 280 MtCO2e nel 2030.

NE segue che è necessario un rapido aumento delle misure di mitigazione e una rapida transizione verso un’economia decarbonizzata.

Inoltre, il nostro Paese potrebbe colmare parte del divario con impegni concreti per aiutare la mitigazione nei Paesi in via di sviluppo, se queste azioni di mitigazione fossero veramente aggiuntive, contribuendo a una mitigazione complessiva delle emissioni globali, senza che queste siano contabilizzate come parte integrante degli obiettivi di riduzione di quei Paesi.

[1] Il metodo che indica quale dovrebbe essere il contributo totale di un Paese per dare un giusto ed equo contributo agli sforzi globali per attuare l’Accordo di Parigi.

Siglato il manifesto delle bioenergie: obiettivo, raggiungere tutti gli obiettivi del Green new deal

Elettricità Futura, Aiel, Anpeb, Assitol, Assoebios, Assograssi, Confagricoltura, Cib, distretto produttivo La nuova Energia, Ebs, Fiper e Itabia: sono le associazioni firmatarie del manifesto delle Bioenergie, siglato presso la recente fiera di Ecomondo Key Energy lo scorso 29 ottobre.

Obiettivo dell’iniziativa

Le associazioni si pongono l’obiettivo dell’iniziativa di presentare al nostro esecutivo un insieme di proposte efficaci utili a rilanciare un comparto ritenuto, a ragion veduta, fondamentale per:

  • decarbonizzare l’economia
  • contrastare gli effetti negativi dovuto all’incremento dei prezzi delle materie prime energetiche.

Le bionergie alleate per la decarbonizzazione

In tale contesto le bioenergie devono ambire a rappresentare una fonte di energia rinnovabile, programmabile, capace di provvedere alla copertura del baseload con combustibili stoccabili e reperibili localmente.

A questi vantaggi si aggiungono rilevanti benefici di natura sociale ed economica, per un settore che sarebbe in grado di assorbire circa 44 mila occupati in Italia, di contribuire all’economia circolare e di abilitare nuovi modelli di generazione distribuita come le comunità energetiche.

Il contributo delle bioenergie al Green deal è rilevante: “Rappresentano un imprescindibile alleato per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione previsti al 2030 e al 2050 e per massimizzare i benefici della transizione ecologica. La bioenergia può infatti espletare il suo contributo sia nel settore elettrico, che in quello termico e nei trasporti, provvedendo circa il 50% dell’apporto rinnovabile necessario alla copertura dei consumi finali”, viene sottolineato nel documento.

Le proposte

I firmatari del protocollo ribadiscono che il nostro Paese dovrebbe:

  • essere protagonista nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico;
  • valorizzare le risorse rinnovabili, “anche al fine di contenere l’impatto sulle bollette delle oscillazioni dei mercati energetici, come quelle di recente registrate”.

In ottica di neutralità tecnologica, l’Italia dovrebbe incrementare tale diversificazione.

Nel dettaglio, con l’azione comune, si intende promuovere una gestione efficiente del parco bioenergetico italiano e stimolare l’applicazione di soluzioni innovative, realizzando:

  • la valorizzazione delle filiere locali;
  • un adeguamento del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 (PNIEC) agli obiettivi fissati con il Green deal, nell’ottica di un rafforzamento del ruolo della biomassa;
  • una prospettiva di medio termine per gli investitori;
  • una conservazione del parco installato, preservando e incrementando il suo valore;
  • una stabilizzazione il mercato dei bioliquidi e dei biocarburanti double counting e avanzati;
  • il riconoscimento del ruolo degli impianti a servizio di realtà manifatturiere.

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Moduli fotovoltaico: quanto impattano sul clima?

Dopo le varie pianificazioni lanciate dalla comunità europea per contrastare le modificazioni al clima, e nel solco del green new deal, varato dalla Commissione europea nel Dicembre 2019, pubblicato uno studio promosso dal Fraunhofer Institute-ISE, con il quale emerge come i moduli fotovoltaici in silicio prodotti nell’Unione europea producano il 40% in meno di CO2 rispetto ai moduli prodotti in Cina e che i moduli vetro-vetro consentono un’ulteriore riduzione (7,5-12,5%) nella fase di produzione. 

Di cosa si occupa Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems ISE

Obiettivo dell’Istituto tedesco è quello di realizzare le basi tecnologiche per fornire energia in modo efficiente e rispettoso dell’ambiente nel mondo. Con la sua ricerca incentrata sulla conversione dell’energia, l’efficienza energetica, la distribuzione dell’energia e lo stoccaggio dell’energia, contribuisce all’ampia applicazione delle nuove tecnologie.

Lo scorso settembre è stato rilasciato “A comparative life cycle assessment of silicon PV modules: Impact of module design, manufacturing location and inventory”, pubblicato il 15 settembre 2021 su Solar Energy Material and Solar Cells, che tratta il rapporto tra l’utilizzo dei moduli e la produzione di gas serra.

Le principali evidenze dello studio

Con esso viene analizzato il tema della produzione di gas serra climalteranti (ed in particolare anidride carbonica) confrontando il livello originato dall’utilizzo dei moduli solari monocristallini prodotti in Germania, Europa e quelli creati in Cina.

Infatti, se è vero che i moduli fotovoltaici sono utilizzati per il principio alla base del loro funzionamento, quello fotovoltaico, per cui si può trasformare la luce emessa dal sole in elettricità, con l’ambizione di non produrre emissioni, in realtà qualcosa viene prodotto, sebbene indirettamente, da tale processo, e ciò va riferito ai gas climalteranti prodotti lungo le fasi di produzione, trasporto e fine vita del modulo.

Di contro, l’entità delle stesse è contenuta e la produzione di elettricità fotovoltaica emette 40 volte meno anidride carbonica per kilowattora, rispetto all’elettricità generata da fonti fossili.

I moduli vetro-vetro

Innanzitutto, i moduli vetro-vetro consentono un’ulteriore riduzione delle emissioni compresa tra il 7,5 e il 12,5% rispetto ai moduli fotovoltaici con pellicole backsheet, indipendentemente dal luogo di produzione.

Questo emerge da tutti i moduli esaminati, indipendentemente dal luogo di produzione, e l’aspetto tecnioco dirimente viene costituito dall’assenza dei telai in alluminio in tali moduli, e ciò abbassa la richiesta di energia per la produzione di elettricità.  

Non solo. Essi durano a più a lungo e manifestano un minore degrado rispetto ai moduli con tale pellicola

In termini di chilowattora generati, i moduli vetro-vetro senza cornice producono dal 22 al 27% in meno di emissioni di CO2 rispetto ai moduli in lamina di vetro, ma sono pochi i produttori che optano per moduli vetro-vetro senza cornice.

Le emissioni di CO2

Venendo al complesso dei gas di anidride carbonica prodotta, lo studio evidenzia la seguente classifica per quanto attiene i moduli prodotti nei vari ambiti esaminati: 810 (750) in Cina, 580 (520) in Germania e 480 (420) chilogrammi di CO2 equivalente per chilowatt di picco in l’Unione Europea. Lo studio si basa su nuovi dati di produzione raccolti presso l’istituto in collaborazione con l’industria.