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Linee guida affidamenti in house: time out dal Consiglio di Stato

Con un parere rilasciato ad inizio ottobre, il Consiglio di Stato ha interrotto il processo di approvazione delle linee guida per gli affidamenti delle stazioni appaltanti senza gara, ovvero “in house”.

Il parere

Con il parere n. 1614 del reso dai Giudici amministrativi verteva sulle Linee guida elaborate dall’Autorità anticorruzione sugli affidamenti in house di contratti aventi ad oggetto lavori, servizi o forniture disponibili sul mercato in regime di concorrenza (compresi gli affidamenti del servizio rifiuti) ai sensi dell’articolo 192, comma 2, del Dlgs 152/2006.

Il parere 7 ottobre 2021, n. 1614 reso dai Giudici amministrativi verteva sulle Linee guida elaborate dall’Autorità anticorruzione sugli affidamenti in house di contratti aventi ad oggetto lavori, servizi o forniture disponibili sul mercato in regime di concorrenza (compresi gli affidamenti del servizio rifiuti) ai sensi dell’articolo 192, comma 2, del Dlgs 152/2006.

Si ricorda che il consiglio di stato aveva ricevuto da ANCA lo scorso 14 settembre 2021, uno schema delle Linee guida per gli affidamenti in house ai sensi dell’articolo 192. Dlgs 50/2016 (Codice appalti), per poter riceverne il parere, e, al termine, rilasciarlo.

L’obiettivo di ANAC è proprio quello di fornire indicazioni utili alle stazioni appaltanti per la formulazione della motivazione nel caso vogliano procedere all’affidamento in via diretta anziché disporre la gara pubblica.

ANACA dovrà fornire ulteriori dettagli: la ragione, secondo il Consiglio di Stato è quella del quadro normativo in costante evoluzione, dal D1 77/2021 (decreto “Semplificazioni bis”) che ha inciso sugli affidamenti in house in ottica acceleratoria degli interventi connessi al Piano nazionale di ripresa e resilienza, al futuro assetto degli appalti pubblici che arriverà dalla legge delega di riforma attualmente in discussione in Parlamento.

Non solo.

Il CdS evidenzia come, se da un alto l’istituto giuridico degli affidamenti in house appaia stabilizzato nell’evoluzione giurisprudenziale, dall’altro sia la Corte di Giustizia UE , sia la Corte Costituzionale , hanno sostanzialmente confermato il vigente regime giuridico e non hanno evidenziato, nell’attuale disciplina, problematiche talmente rilevanti da indurre inevitabilmente all’introduzione urgente di indirizzi non normativi che amplino l’obbligo motivazionale,

Che cos’è l’affidamento in house

Il nuovo codice dei contratti pubblici (che sostituisce il D.Lgs. n. 163/2006, ed è stato emanato lo scorso 18.4.16), fornisce le indicazioni di carattere generale sull’affidamento dei servizi pubblici, ovvero sui contratti che disciplinano i rapporti tra soggetti pubblici e privati in tema di esternalizzazione dei servizi verso terzi, che i primi dovrebbero erogare nei confronti dell’utenza, e che, per ragioni di carattere normativo, tecnico ed economico delegano all’esterno, verso soggetti, selezionati mediante opportuna procedura (non prevede un regolamento attuativo come il DPR 207/10). Disciplina anche l’affidamento nel c.d. “settore ordinario”, a formare una disciplina secondo quale, dopo una pletora di atti che hanno modificato la normativa di riferimento sul punto, si prevedono tre possibili modalità attraverso le quali una stazione appaltante può decidere di acquistare beni o servizi:

  • modalità di affidamento dei SPL di rilevanza economica in Italia (disciplina comunitaria): gare ad evidenza pubblica, indette e gestite secondo la normativa comunitaria sulla concorrenza (affidamento a terzi, vale il CCP, D.Lgs. n.163/2006);
  • società mista pubblico privato, con gara a doppio oggetto (2) con socio privato operativo selezionato mediante gare ad evidenza pubblica senza vincoli di percentuale di capitale detenuto;
  • società in house (“in house providing, capitale interamente pubblico) che soddisfano i requisiti comunitari e di settore (controllo analogo, e attività svolta prevalentemente verso la stazione).

Appunto, l’affidamento diretto è, ad oggi, una delle tre possibili modalità di affido.

Stato degli alberi del mondo: il BGCI lancia il grido di allarme

Il 30% delle specie arboree è minacciato di estinzione e almeno 142 specie arboree sono registrate come estinte: sono queste le principali evidenze del Rapporto sullo stato degli alberi nel mondo rilasciato a settembre dal Botanic Gardens Conservation International (BGCI). Vediamo le attività dell’Istituto e le principali evidenze del documento.

L’Istituto

Il Botanic Gardens Conservation International (BGCI) è stato fondato nel 1987 e come organo ancillare dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

Composto da più di 700 membri, soprattutto orti e giardini botanici di 118 paesi, consiste in una associazione benefica (charity) con sede a Kew, un quartiere di Londra, ed è sostenuta sia dai Kew Gardens che dal Giardino botanico reale di Edimburgo.

BGCI ha sviluppato diversi progetti, in vari paesi, ma opera soprattutto in Argentina, Cina, Giappone, Medioriente, Nord America e Russia, e si concentra sulla conservazione delle piante, l’impegno pubblico, i servizi per gli orti botanici e la formazione e lo sviluppo delle capacità.

Rapporto sullo stato degli alberi nel mondo

Il rapporto riassume le misure di conservazione già in atto per le specie arboree: oltre i due terzi delle specie arboree sono registrate in almeno un’area protetta e circa un terzo delle specie arboree si trova negli orti botanici o nelle banche di semi.

Si richiede una maggiore e nuova attenzione nella pianificazione e nella realizzazione della conservazione della biodiversità e del ripristino degli ecosistemi, riconoscendo l’importanza globale delle specie arboree.

Il documento individua le regioni in cui sono necessarie ulteriori azioni, fornisce raccomandazioni per azioni urgenti e richiede una nuova coalizione per facilitare le risorse e le competenze necessarie.

Emerge che il 30% delle specie arboree è minacciato di estinzione e almeno 142 specie arboree sono registrate come estinte. Le principali minacce per le specie arboree vengono rappresentate dal disboscamento e da altre forme di perdita di habitat, lo sfruttamento diretto del legname e di altri prodotti e la diffusione di parassiti e malattie invasivi. Anche il cambiamento climatico sta avendo un impatto chiaramente misurabile.

Le informazioni dettagliate sulle specie arboree utilizzate per compilare questo rapporto sono ora disponibili sul portale GlobalTree, un nuovo importante strumento per supportare la silvicoltura, la conservazione della biodiversità e le politiche e azioni per il cambiamento climatico per le specie arboree.

Alcuni dati consentono di ricostruire il quadro complessivo a livello globale sul punto:

  • 58%, l’entità degli alberi autoctoni sul territorio della Comunità europea minacciato di estinzione, soprattutto quelli del genere Sorbus;
  • 500, le specie minacciate di estinzione (30%), sulla scorta di un esame condotto su 58.497 specie conosciute[1];
  • oltre 440, le specie di alberi quasi in estinzione[2].
  • 180, le specie arboree che sono quotidianamente minacciate dal fenomeno dell’innalzamento del livello dei mari ed anche da eventi meteorologici estremi, soprattutto quelle insulari[3];

Il Brasile rappresenta il paese con il maggior numero di specie arboree (8.847), ma anche quello delle specie più minacciate (1.788).

Il Global Tree Assessment

Lo strumento operativo della conservazione degli alberi viene rappresentato dal “Global Tree Assessment”, un accordo che raggruppa una rete globale di oltre 60 partner istituzionali e oltre 500 esperti.

Mediante questo, negli ultimi cinque anni, è stata intrapresa un’intensa ricerca per raccogliere informazioni sul rischio di estinzione sulle 58.497 specie di alberi in tutto il mondo.

Cosa c’è da fare

È fondamentale utilizzare le informazioni ora disponibili per gestire, conservare e ripristinare le specie arboree minacciate e la diversità degli alberi. Ciò impedirà l’estinzione degli alberi e delle piante, animali e funghi associati che dipendono da essi, sosterrà i mezzi di sussistenza e garantirà la salute ecologica del pianeta.

[1] Si tratta di un numero pari al doppio rispetto a mammiferi, uccelli, anfibi e rettili minacciati messi insieme, e 142 quelle che si sono estinte.

[2] Esse sono geograficamente collocate in tutto il mondo, dal cedro di Mulanje in Malawi, con solo pochi individui rimasti sull’omonimo monte, al sorbo bianco di Menai che si trova solo nel Galles del Nord, di cui sono rimasti solo 30 alberi.

[3] Ad esempio, le magnolie dei Caraibi, le querce e aceri negli USA, come le magnolie dei Caraibi, minacciate dagli incendi in continuo aumento, i faggi in Australia e Sud America.

Idee per la riqualificazione di ecosistemi nel mezzogiorno: via al bando

L’agenzia per la coesione lancia il nuovo bando per progetti riguardanti interventi di riqualificazione e rifunzionalizzazione di siti per la creazione di Ecosistemi dell’innovazione nel Mezzogiorno.

Il bando

Gli avvisi dell’Agenzia mettono a disposizione dei proponenti 350 milioni di euro fino al 2026, e consistono in interventi da finanziare a valere sulle risorse del Piano nazionale per gli investimenti complementari al PNRR[1].

Il plafond

Le risorse del bando vengono ripartite per un importo pari a 70 mln euro per ciascuno degli anni che vanno dal 2022 al 2026.

Le caratteristiche dei progetti

Aree di intervento

I progetti di investimento devono riguardare le Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia.

Soggetti ammessi alla partecipazione

I Soggetti ammissibili sono organismi di ricerca in cooperazione tra loro e/o con enti locali, imprese e altri soggetti pubblici o privati, in numero minimo di tre.

Durata massima del progetto ed entità della linea finanziabile

La durata massima dei progetti, da indicare ali ‘interno della proposta di idea progettuale, non deve superare i 36 (trentasei) mesi, mentre l’ammontare dell’investimento consentito per ciascun progetto può variare tra euro 10.000.000 e euro 90.000.000.

L’entità del finanziamento può coprire fino al 100% dei costi ammissibili e arrivare fino al raggiungimento del costo massimo dell’investimento consentito per ciascun progetto.

Le domande

La domanda di candidatura dovrà essere presentata a pena di esclusione, esclusivamente tramite PEC, indirizzata a manifestazione.ecosistemi@pec.agenziacoesione.gov.it entro le ore 12,00 del 12 novembre 2021.

Per maggiori informazioni

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[1] Ex DL n. 59/2021, recante “Misure urgenti relative al Fondo complementare al Piano nazionale di ripresa e resilienza e altre misure urgenti per gli investimenti”, con una dotazione finanziaria complessiva di euro 350.000.000.

RAEE siglato il protocollo di intesa tra CdC RAEE e Unioncamere

Dopo l’entrata in vigore nell’agosto del 2018 dell’“Open Scope”, il meccanismo previsto dal D.lgs. n. 49/2014, siglata un intesa tra CdC RAEE e Unioncamere per realizzare una migliore e piu’ efficiente dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

L’obiettivo del protocollo

Al fine di garantire una corretta gestione della filiera delle AEE e il rispetto degli obblighi normativi in modo da favorire la tutela del mercato e un’equa concorrenza è stato siglato un protocollo di intesa tra Unioncamere e il Centro di Coordinamento sui Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (CdC RAEE).

Gli obiettivi

Il protocollo mira a garantire una maggiore informazione e formazione per le imprese coinvolte favorendo la loro iscrizione al Registro AEE e per per gli enti di controllo per agevolare la loro attività sul territorio; da ultimo, fornire assistenza alle imprese della filiera AEE per una applicazione corretta delle norme ambientali.

Le motivazioni alla base del protocollo

La tematica è molto attuale: da un lato, con l’entrata in vigore del regime “Open scope” (dal 15/08/2018, come previsto dal D.lgs. n. 49/2014), la platea delle imprese soggette alla disciplina dei RAEE è decisamente aumentata e, dall’altro, la valorizzazione di questi rifiuti è strategica in ottica di economia circolare, per il volume di materie di pregio che possono essere recuperate e riutilizzate nel medesimo settore produttivo.

L’occasione dovrà essere quella di un rilancio di un sistema, che sebbene siano presenti molte difficoltà attuative, costituisce una filiera del recupero dei rifiuti.

A quasi 20 anni dalla prima direttiva sul tema, in Italia ancora non si può dire che i meccanismi di ritiro dei suddetti rifiuti presenti elevata efficacia. Infatti, se l’uno contro zero ancora non è partito su una scala accettabile, rimane pressoché di nicchia il meccanismo di ritiro ‘uno contro uno’.

Le attività complementari

Queste attività saranno inoltre accompagnate da un’ampia condivisione di dati, in particolare (i) Unioncamere, con il supporto della propria società in house Ecocerved, effettuerà un’analisi della filiera attraverso la banca dati MUD e altre fonti del sistema camerale e (ii) il CdC RAEE metterà a disposizione le informazioni di propria competenza; i risultati di questo approfondimento potranno anche essere utilizzati dal Ministero della Transizione ecologica per le decisioni in materia di PNRR e di economia circolare.

Prorogato al 2 novembre il termine per la presentazione di proposte progettuali nell’ambito della componente intermodalità e logistica integrata, progetto Green Ports

Rilanciare la logistica e le modalità di trasporto in ambito portuale e migliorare la sostenibilità ambientale: è questo l’obiettivo principali del Ministero della Transizione ecologica con il progetto “Green ports”.

PNRR e green economy

Il progetto, lanciato formalmente il 25 agosto 2021, trova, con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il plafond necessario alla sua attuazione, e mira ad accrescere la green economy delle attività portuali, anche a beneficio delle aree urbane circostanti. È ora disponibile , nella sezione “Bandi e Avvisi” del sito web del MiTE, l’avviso sulla manifestazione di interesse per la formulazione di proposte progettuali.

In particolare, la dotazione è pari a 270 milioni €, e trova come potenziali beneficiari le Autorità di Sistema Portuale delle regioni del Centro-Nord Italia non interessate dal Programma di azione e coesione “Infrastrutture e Reti”, che ha finanziato progetti analoghi al Sud e nelle Isole.

Gli interventi riguardano, in particolare, il tema del miglioramento delle modalità di produzione di energia, a partire da energia rinnovabile, e miglioramento dell’efficienza energetica nei porti.

Le caratteristiche dei progetti finanziati

I progetti riguarderanno, in generale, interventi di riduzione delle emissioni dei gas serra prodotti a seguito dello svolgimento di queste attività,  e degli altri inquinanti connessi alla combustione di fossili legati alle attività portuali e di approvvigionamento da fonti rinnovabili nelle aree portuali di competenza delle Autorità di Sistema Portuale destinatarie del presente invito.

Non rientrano nel perimetro oggetti quelli che prevedono anche l’uso di combustibili fossili, GNL e GNC inclusi, sia nei mezzi ibridi che nelle infrastrutture di stoccaggio e distribuzione.

Inoltre, le tipologie d’intervento sono classificate con un “Coefficiente per il calcolo al sostegno agli obiettivi in materia di cambiamenti climatici”, secondo quanto previsto dall’Allegato VI al Regolamento UE 2021/241, che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza.

Le tipologie di progetti finanziabili

Con il progetto, ed il supporto finanziario del piano, vengono finanziate diverse categorie di progetti, afferenti alle aree richiamate, con riferimento alla produzione di energia da fonti rinnovabili, all’efficienza energetica degli edifici portuali e dei sistemi di illuminazione, all’utilizzo di mezzi di trasporto elettrici, agli interventi sulle infrastrutture energetiche portuali non efficienti, alla realizzazione di infrastrutture per l’utilizzo dell’elettricità e alla riduzione delle emissioni inquinanti delle navi in banchina.

Per ulteriori informazioni

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Rapporto della Ellen MacArthur Foundation: la rigenerazione richiede una trasformazione economica

Loss of bioversity: è questa la minaccia, la perdita di biodiversità, che pone a serio rischio nostra prosperità ma anche il nostro futuro come specie. Lo afferma la Ellen Mc Arthur Foundation, in un rapporto con il quale si evidenzia la stringente necessità di arrestare e invertire questa perdita, modificando i modelli economici prevalenti, basati su una economia puramente estrattiva.

Il tema

Si tratta di una constatazione di quanto avviene nel nostro pianeta, e delle evidenze empiriche che si stanno manifestando: la perdità di biodiversità.

Si tratta, purtroppo, di un rischio sistemico, ovvero in grado di porre una seria minaccia non solamente nel presente, ma anche il nostro futuro come specie.

Ellen McArthur richiede che, per arrestare e invertire questa perdita, si debba operamente rapidamente un cambiamento trasformativo della sua principale causa di fondo, ovvero modificare i nostri schemi di estrazione delle risorse, sin troppo lineari, ovvero ricchi di spreco e altamente inquinanti.

La fondazione definisce l’economia circolare come lo strumento in grado di realizzare uno “spostamento sismico”: infatti essa crea valore in modi che ricostruiscono la biodiversità e apportano altri benefici a tutta la società.

Si parla di oltre il 90% della perdita di biodiversità in relazione all’estrazione e alla trasformazione delle risorse naturali. Alcuni esempi:

settore alimentare: lo sgomberamento dei terreni per l’agricoltura provoca la perdita di habitat, mentre molte pratiche agricole convenzionali provocano l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali;

industria: la produzione e la trasformazione delle materie prime emettono grandi quantità di gas a effetto serra e altri inquinanti.

Le soluzioni

Per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030 dobbiamo trasformare i nostri sistemi di produzione e consumo. Come sostenuto dalla Piattaforma intergovernativa per la politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES), la perdita globale di biodiversità può essere affrontata solo attraverso trasformazioni economiche, sociali e politiche.

Per approfondire

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AEA: occorrono urgenti tagli alle emissioni originate dai trasporti marittimi

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA), un ruolo chiave nel commercio mondiale, e soprattutto, nell’economia comunitaria sarà svolto dai trasporti marittimi. Nonostante siano stati adottati nel settore alcune significative misure utili a mitigare i suoi impatti ambientali, in vista di un previsto aumento dei volumi di traffico globale, si rende improcrastinabile la riduzione dei gas ad effetto serra da parte dei trasporti marittimi.

Lo scenario di fondo

L’agenzia è giunta a questa conclusione sulla base di alcune drammatiche evidenze empiriche che narranno di una situazione che si potrebbe rilevare come irrerversibile.

Infatti, nel 2018, le emissioni del settore dei trasporti marittimi hanno rappresentato il 13,5% delle emissioni totali di gas serra dei trasporti dell’UE; nettamente indietro rispetto al trasporto stradale (71%) e leggermente indietro rispetto al trasporto aereo (14,4%).

Oltre un terzo di questo proveniva dalle navi portacontainer.

Inoltre, circa il 40% della popolazione dell’UE vive entro 50 chilometri dal mare, quindi le emissioni nell’aria delle navi sono una preoccupazione particolare per le comunità costiere. In comune con altre forme di trasporto, le navi emettono sostanze tra cui ossidi di zolfo (SOX), ossidi di azoto (NOX) e particolato (PM), che possono avere effetti sulla salute umana.

Sempre nel 2018, il settore del trasporto marittimo ha prodotto il 24% di tutte le emissioni di NOx, il 24% di tutte le emissioni di SOx e il 9% di tutte le emissioni di PM2,5, in proporzione alle emissioni nazionali dell’UE di tutti i settori economici.

Il rumore subacqueo causato dai motori e dalle eliche delle navi può causare la perdita dell’udito e creare cambiamenti comportamentali negli animali marini. Le stime suggeriscono che, tra il 2014-2019, il rumore totale accumulato sottomarino irradiato è più che raddoppiato nelle acque dell’UE.

Le specie non indigene possono invadere nuovi habitat aggrappandosi agli scafi delle navi mentre si spostano da un porto all’altro o tramite l’acqua di zavorra della nave, che viene imbarcata in un porto e rilasciata nella destinazione della nave. Il settore del trasporto marittimo rappresenta la maggior parte dell’introduzione di specie non indigene nei mari dell’UE (51 specie ad alto impatto; quasi il 50% del totale) dal 1949.

Anche se la quantità di petrolio trasportata via mare è in costante crescita negli ultimi 30 anni, la quantità totale di fuoriuscite accidentali di petrolio è in costante diminuzione. Nel periodo 2010-2019, su 44 fuoriuscite di petrolio di medie dimensioni in tutto il mondo, solo cinque sono state localizzate nei mari europei. Su un totale di 18 grandi fuoriuscite di petrolio nel mondo, solo tre sono avvenute nell’UE.

I container smarriti sono una fonte di rifiuti marini. A seconda delle condizioni del mare nel momento in cui sono andati perduti, possono rimanere intatti nell’acqua o rilasciare parte – o tutto – del loro contenuto. La percentuale di rifiuti totali rilasciati tramite container smarriti in mare è bassa e considerata trascurabile nell’UE, con una media di 268 container persi all’anno su 226 milioni di container spediti in tutto il mondo.

L’UE dispone di un pacchetto completo di norme che affrontano gli aspetti ambientali del trasporto marittimo, molti dei quali vanno oltre gli standard internazionali concordati. Tuttavia, le sfide future per i responsabili politici includono un previsto aumento della navigazione globale, così come il cambiamento climatico, che potrebbe vedere i porti vulnerabili all’innalzamento del livello del mare, e nuove rotte marittime permanenti nelle aree in cui attualmente non sono aperte tutto l’anno.

Quale sono le dimensioni del traffico marittimo nella UE?

Nel 2019, le navi battenti bandiera degli Stati membri dell’UE (circa 18 000 navi) hanno costituito quasi un quinto della flotta mondiale totale in tonnellaggio a peso morto (DWT), una misura per la capacità di carico.

Oltre l’80% di queste navi sono navi portarinfuse, petroliere e navi portacontainer.

La flotta registrata negli Stati membri dell’UE è relativamente moderna; la metà di tutte le navi iscritte alle bandiere degli Stati membri dell’UE ha meno di 15 anni e quindi è più probabile che soddisfino standard ambientali più elevati.

Nel 2019, quasi la metà del traffico marittimo (scali nave) nell’UE proveniva da navi impegnate esclusivamente su rotte e viaggi nazionali, principalmente a causa delle frequenti traversate effettuate da navi passeggeri e traghetti roll-on roll-off. I porti dell’UE hanno movimentato quasi quattro miliardi di tonnellate di merci, che rappresentano circa la metà di tutte le merci scambiate in peso tra l’UE-27 e il resto del mondo.

L’impatto sul clima

Per contenere le variazioni climatiche, sul piano generale, come noto, la Comunità ha proposto un obiettivo di riduzione delle emissioni nette di gas a effetto serra (GHG) a livello dell’UE entro il 2030 di almeno il 55% (rispetto al 1990) che indirizzerà l’Unione verso la neutralità climatica.

Scendendo nei dettagli del settore, il contributo dato nel 2018 dal trasporto marittimo e dalla navigazione interna è pari al 13,5% delle emissioni totali di gas serra dei trasporti dell’UE.

E si tratta di un dato molto elevato, in relativi, in quanto è molto dietro il trasporto su strada e leggermente dietro l’aviazione.

Di gran lunga il più grande tipo di emissioni di gas serra creato dal settore dei trasporti marittimi era l’anidride carbonica (CO2) dalla combustione del carburante.

In totale, le navi che fanno scalo nei porti dell’UE e del SEE hanno generato 140 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 nel 2018 (circa il 18% di tutte le emissioni di CO2 generate dal trasporto marittimo in tutto il mondo quell’anno). Delle emissioni totali di CO2, circa il 40% deriva da navi che viaggiano tra porti degli Stati membri dell’UE e navi ormeggiate nei porti. Il restante 60% viene prodotto durante i viaggi in entrata e in uscita dall’UE. Le navi portacontainer da sole rappresentano circa un terzo delle emissioni di CO2 della flotta nell’UE.

Per maggiori informazioni

Cliccare qui: https://www.eea.europa.eu/publications/maritime-transport/emter-facts-and-figures/emter-facts-and-figures-en.pdf/view

Unione europea: adottato il quadro di riferimento per le obbligazioni verdi

Avevamo già affrontato il tema dei prestiti obbligazionari verdi, chiarendo come l’Agenzia Europea dell’Ambiente aveva sottolineato come, per realizzare un’economia a basse emissioni di carbonio, fosse necessario un massiccio spostamento di capitale finanziario (cliccare qui), e come la Commissione europea, attraverso la COM(2021) 188 del 21 Aprile 2021, aveva intrapreso e consolidato il percorso verso una tassonomia comunitaria, sulle modalità di reporting, sulle preferenze inerenti il tema della sostenibilità ambientale ed in particolare a livello aziendale (cliccare qui). Ora, dalle parole si passa ai fatti: con il documento di lavoro predisposto dalla Commissione, ha varato il framework normativo sul punto.

Il ruolo della Comunità europea verso la costruzione di un’economia verde

In premessa al documento, la Commissione precisa che la Comunità è un’entità sovranazionale composta attualmente da 27 Stati membri. Dal Trattato istitutivo della stessa, siglato a Roma nel lontano 1957 da pochi Paesi membri, tra cui l’Italia, a partire da quella che era iniziata come un’unione puramente economica, la Comunità si è evoluta e trasformata in un’organizzazione che copre un’ampia gamma di aree politiche, dal  clima alla salute, dalle relazioni esterne alla sicurezza, e così via dicendo che, progressivamente nel corso del tempo, ha dato sempre maggiore spazio alle tematiche ambientali.

I green bond

Con tale iniziativa, l’Unione mira a rendere green alcuni aspetti del sistema finanziario, partendo da alcuni fatti rilevanti a tal fine e che le consentono di varare un iniziativa di questo tipo: si tratta infatti di un Istituzione con personalità giuridica, che possiede, in ciascuno degli Stati membri, la più ampia capacità giuridica riconosciuta alle persone giuridiche costituite in tale Stato, e, soprattutto, gode di un solido rating creditizio con le principali agenzie di rating consolidate.

Sulla base di questa esperienza, l’UE sta attualmente attuando un nuovo strumento, NextGenerationEU, per affrontare le conseguenze economiche avverse della crisi COVID-19 o il finanziamento immediato, per evitare il riemergere di quella crisi.

L’obiettivo dell’emissione del prestito obbligazionario

Proprio con l’intento di finanziare questa mastodontica operazione di ripresa, lo scorso 7 settembre la Comunità ha creato la struttura legislativa di base per l’emissione delle obbligazioni “green”, per un controvalore pari al 30% dell’emissione totale di NextGenerationEU, lo strumento temporaneo per la ripresa, il quale ha un entità pari 800 miliardi di euro a prezzi correnti ed è finanlizzato, come sopra scritto, a sostenere la ripresa dell’Europa dalla pandemia di Covid-19 e contribuire a costruire un’Europa più verde, più digitale e più resiliente.

L’UE è stata in prima linea nella finanza sostenibile e si è impegnata a sviluppare ulteriormente il Mercati europei della finanza sostenibile. Questo impegno è già evidente nella Commissione ruolo di regolatore (tassonomia UE), policymaker (Green Deal, piano d’azione per la finanza sostenibile) e come un emittente di obbligazioni sociali nell’ambito del programma SURE. Per essere ulteriormente all’altezza di questo impegno, e in linea con i suoi sforzi per indirizzare i flussi di capitale verso investimenti più sostenibili, la Commissione mira a finanziare il 30% del Piano di Ripresa proprio attraverso i green bond. Si punta quindi a dare al mercato dei green bond un’altra spinta, ispirando altri emittenti e fornendo agli investitori una maggiore diversificazione delle opzioni, in chiave “green”:

Il programma dell’iniziativa

In tale contesto, il Piano prevede che, entro la fine del 2026, la Commissione UE reperirà sui mercati dei capitali, per conto dell’UE, una somma pari a 421,5 miliardi di euro, che verranno resi disponibili soprattutto per realizzare forme di supporto nei confronti dei Paesi Membri, e di altri programmi di bilancio dell’UE; invece 385,2 miliardi di euro per prestiti, per finanziare quello che in Italia ha preso, per le iniziative assunte nel nostro Paese, la denominazione di Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR). Ciò si tradurrà in un volume di prestiti pari in media a circa 150 miliardi di euro all’anno.

I green bond

In particolare, la Commissione ha manifestato l’intenzione di emettere prestiti obbligazionari (“bond”), a lungo termine, nell’anno corrente. Il controvalore sarà pari, in questo caso, a 80 miliardi di euro.

Essi verranno successivamente integrati mediante buoni a breve termine mediante aste emessi dalla UE, a partire da questa settimana[1].


[1] Si prevede che le aste saranno in numero pari a due ogni mese per i buoni dell’UE, il primo e il terzo mercoledì. Inoltre, in relazione al programma della messa all’asta, si sottolinea come il medesimo meccanismo verrà impiegato anche per i Bond, in aggiunta alle emissioni sindacate. In base al calendario delle emissioni contestualmente pubblicato, la Commissione organizzerà  di norma un’asta e un’emissione sindacata al mese per le obbligazioni.